Se il quartiere San Giovanni di Campobasso fosse una partitura musicale, Via Umbria ne rappresenterebbe oggi la nota più stonata e dolente. Qui, dove il cemento dello IACP racconta storie di edilizia popolare nate sotto ben altri auspici, il 2026 si è aperto con lo stesso copione degli anni passati: un silenzio irreale interrotto solo dal vento che agita i teli sfilacciati di cantieri trasformati in spettri urbani.
Il termometro della pazienza dei residenti ha superato da tempo il livello di guardia, arrivando a una saturazione che non accetta più rinvii. L’ultimo vertice, consumatosi proprio in questi giorni di febbraio, ha visto seduti allo stesso tavolo il Commissario Straordinario dell’ente, Vincenzo Ferrazzano e i rappresentanti del quartiere. La notizia che emerge con forza è la fissazione di una nuova, perentoria linea di confine temporale: i motori dei mezzi pesanti dovranno tornare a rombare entro la fine del mese, con l’obiettivo dichiarato di arrivare alla consegna definitiva dei lavori entro l’inizio dell’estate. Tuttavia, per chi abita tra le impalcature da oltre un anno, queste rassicurazioni suonano ancora come un “déjà-vu” burocratico impresso su carta intestata.
Il vero nodo gordiano che stringe Via Umbria non è soltanto strutturale, ma squisitamente amministrativo, configurando quello che potremmo definire il paradosso della terra di nessuno. Le arterie che servono le palazzine risultano tecnicamente ancora in carico allo IACP, nonostante una convenzione per il passaggio di consegne al Comune di Campobasso sia rimasta sepolta negli archivi per anni. Questo stallo ha creato un vuoto d’intervento pericoloso: l’amministrazione comunale non può asfaltare né manutenere poiché il bene non è formalmente nel suo patrimonio, mentre l’ente proprietario resta immobile in attesa della cessione. Nel frattempo, le buche si trasformano in crateri e le segnalazioni su problemi igienici e infiltrazioni si moltiplicano, rendendo la quotidianità dei residenti una logorante corsa a ostacoli.
Le ragioni di questo lungo letargo edilizio affondano le radici in un mix letale di rincari dei materiali e intoppi nei flussi finanziari che hanno messo in ginocchio le ditte appaltatrici. Fonti vicine all’ente assicurano che le criticità contabili siano state risolte, ma la prova del nove resta affidata esclusivamente al ritorno fisico degli operai sui ponteggi.
Riportare il decoro in questo quadrante della città significa restituire dignità a centinaia di famiglie che non chiedono privilegi, ma il diritto elementare di non abitare in un eterno cantiere. La sfida di chiudere i cantieri entro giugno è ambiziosa, quasi una volata ciclistica contro il tempo.
ap







