Dubbi ed incertezze attorno il futuro degli oltre 1800 lavoratori della Stellantis di Termoli

Nel lessico della grande industria si parla spesso di numeri, piani, strategie. Ma a Termoli quei numeri hanno volti, famiglie, mutui, figli che restano o che partono. I 1.821 lavoratori dello stabilimento Stellantis non sono una voce residuale in una tabella aziendale: rappresentano uno degli assi portanti dell’economia molisana, in una regione che fatica a raggiungere i 290 mila abitanti e che da anni combatte una silenziosa battaglia contro lo spopolamento.

La prospettiva di mesi, se non di un intero anno, di cassa integrazione per la gran parte degli addetti non può essere derubricata a semplice “fase di transizione”. È un terremoto sociale che rischia di lasciare macerie profonde, ben oltre i cancelli della fabbrica.

Eppure, intorno a questa crisi, aleggia una strana sensazione di assuefazione. La reazione delle istituzioni e di una parte dell’opinione pubblica appare smorzata, quasi anestetizzata, come se si trattasse di un normale aggiustamento congiunturale. Ma qui non siamo davanti a una limatura di bilancio: 1.821 lavoratori in difficoltà, in una regione di dimensioni ridotte, equivalgono a un colpo diretto alla tenuta economica e sociale dell’intero Molise.

Le scelte del gruppo industriale sollevano interrogativi. Da più parti si parla di strategie che penalizzano l’Italia, di una multinazionale sempre più distante da quel concetto di responsabilità sociale che dovrebbe accompagnare chi eredita e gestisce un patrimonio industriale costruito in decenni di lavoro. La sensazione è che lo stabilimento di Termoli sia diventato un ingranaggio sacrificabile in una visione globale che guarda altrove, mentre sul territorio restano incertezze e promesse rinviate.

Non meno grave è il ruolo della politica, nazionale e regionale. Anni di assenza di una vera strategia industriale hanno consegnato il Paese a una gestione emergenziale del lavoro: cassa integrazione utilizzata come tampone, come strumento per guadagnare tempo, senza però costruire alternative credibili.

Se lo stabilimento di Termoli dovesse ridimensionarsi ulteriormente o, nel peggiore degli scenari, spegnersi, l’effetto domino sarebbe devastante. L’indotto, il commercio locale, i servizi, la fiducia delle famiglie: tutto verrebbe travolto. Il Molise, già ai margini delle grandi direttrici dello sviluppo, rischierebbe di trasformarsi in un deserto industriale, con conseguenze difficilmente reversibili.