Le difficoltà del mondo produttivo in caso di chiusura di ogni attività

Le difficoltà del mondo produttivo in caso di chiusura di ogni attività

24 Ottobre 2020 Off Di Giuseppe Pittà

La rivolta napoletana ha un suo moto interpretativo, nasce da una protesta di alcuni commercianti, che era di fatto da interpretare come la segnalazione di uno stato di forte preoccupazione per l’annuncio di una nuova chiusura globale, protesta che, attraverso altre infiltrazioni, si è trasformata nel caos di altre azioni, queste ben più gravi e sicuramente discutibili.

Un problema in più, dove la crescita dei contagi diventa pericolo per la salute e per la vita delle persone, ma anche le più difficili storie di sopravvivenza, legate al lavoro e dunque al sostegno economico delle famiglie, di tutti.

In pericolo sono tutte le attività produttive, infatti, a partire dal settore del commercio e dei servizi, ma a caduta tutti gli altri settori e tutti i lavoratori.

Una chiusura globale non passerebbe, questa volta, nel rispetto delle regole, ma troverebbe riscontri sicuramente problematici e reazioni di ordine pubblico, difficili da tenere nel debito controllo.

Tra i comparti in difficoltà, chiusura o non chiusura, è quello del turismo, oggi, rappresentato da chi svolge attività nei luoghi della montagna, dove è in partenza la stagione invernale.

Qui per tutti son dolori veri, perché la chiusura determinerebbe il blocco totale delle accoglienze dei turisti e il funzionamento della macchina produttiva generale, ma che anche in mancanza di chiusura sarebbe ugualmente da sostenere, perché le cose non vanno affatto bene.

Servirebbero indennizzi o strade più certe, percorsi adeguati e più oculati, per far ripartire quegli impianti che necessitano sempre di manutenzioni costanti e di investimenti sulla sicurezza.

Tra i luoghi del turismo alpino anche quelli molisani, Campitello Matese in primis e Capracotta.

Qui i cambiamenti climatici hanno portato danni enormi, ricorrendo alla necessità della neve artificiale, una neve che per produrla costa almeno 15 mila euro ad ettaro, che significa che necessitano tanti e tanti soldi.

Un esempio di necessità, tutto per non sancire la chiusura totale delle più basilari entrate economiche, quelle che fanno la differenza tra sopravvivenza ed abbandono.