Il Molise delle aree interne chiede ascolto: la Chiesa firma l’appello

Il Molise non sta a guardare. In un’Italia sempre più orientata e sbilanciata verso i grandi centri urbani e le aree più fragili lasciate ai margini, anche la voce della Chiesa molisana si fa sentire.

Una voce che parte da territori segnati, da vescovi che ogni giorno conoscono da vicino le difficoltà delle comunità: dalla mancanza dei servizi allo spopolamento, all’isolamento fino ad arrivare alla rassegnazione. Così, in occasione del Convegno Nazionale dei Vescovi delle Aree Interne, tenutosi a Benevento anche tre pastori molisani hanno apposto la loro firma alla Lettera aperta al Governo e al Parlamento, documento promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana che pone l’accento sulla condizione delle aree interne.

Tra i 139 firmatari Monsignor Biagio Colaianni, arcivescovo di Campobasso-Bojano, Monsignor Claudio Palumbo della diocesi Termoli-Larino e Monsignor Camillo Cibotti Vescovo di Isernia-Venafro e da qualche mese anche di Trivento.

Tre esponenti, simbolo dei territori del Molise che resiste, nonostante le troppe difficoltà. Con la loro adesione hanno denunciato una visione che considerato miope e pericolosa, quella del Piano Strategico delle Aree Interne che accetta lo spopolamento come un destino irreversibile, come se si trattasse di un suicidio assistito dei territori.

Ciò che chiedono è un cambio di rotta radicale: “Basta rassegnazione – si legge nella lettera – serve una strategia vera e partecipata. Non interventi a pioggia tanto meno fondi distribuiti secondo logiche elettorali. Ma politiche strutturali che partano dai bisogni reali delle persone e valorizzino le risorse locali.

La proposta è quella di un nuovo paradigma di sviluppo nel quale le zone in questione non siano più vite come zavorre bensì come luoghi di innovazione e sperimentazione sociale dove sia possibile restare, vivere dignitosamente e costruire il futuro. Sebbene senza un impegno politico vero il rischio è quello di restare voci isolate nel deserto.

Da qui la necessità di un dialogo serio con le istituzioni. Perché la Chiesa ribadisce di non volere avere il ruolo di spettatore di un declino annunciato.

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