In Molise, parlare di carcere significa fare i conti con due tipi di silenzio. Il primo, quello fisico: le strutture – pur non essendo lontane o isolate geograficamente – restano ai margini della quotidianità e dell’attenzione pubblica.
Il secondo, un silenzio sociale, fatto di attenzione intermittente, di retorica sul recupero e di una prassi che – troppo spesso – si limita alla custodia.
Anche dietro le mura delle carceri molisane, così come nel resto d’Italia, si combattono ogni giorno sfide complesse. Carenze di personale, disagio psichico tra i detenuti, mancanza di percorsi di reinserimento e strutture vetuste.
Tutto ciò in un contesto che, per numeri e visibilità, non fa notizia. E che, proprio per questo, rischia di non vedere riconosciuti nemmeno i problemi più urgenti.
La casa circondariale di Campobasso, la più grande della regione – fa i conti da tempo con problematiche organizzative. La polizia penitenziaria lavora spesso in condizioni di sottorganico e i detenuti, seppur non in sovrannumero come altrove, vivono in ambienti che raramente favoriscono un percorso rieducativo. Manca personale specializzato, scarseggiano educatori, psicologi e formatori. Larino, destinato alla chiusura ma poi rimasto operativo, rappresenta un’anomalia amministrativa. Per anni nella precarietà tra attività sospese, reparti inutilizzati, incertezze gestionali e strutturali. Un istituto a metà, in attesa perenne di una definizione.
Il terzo carcere del Molise, quello di Isernia, è il più piccolo e meno “nominato”. Nessun caso eclatante, nessun suicidio recente e numeri contenuti. Dietro l’apparente tranquillità si nasconde l’altra faccia della marginalità: la mancanza di attenzione. I servizi sono ridotti, la formazione quasi inesistente e il contatto con l’esterno – culturale ed istituzionale – è praticamente nullo. Secondo i dati aggiornati del Ministero della Giustizia, il numero di ospiti nelle case circondariali molisane è sotto la soglia di allarme. Ciò, però, non significa che siano garantite condizioni dignitose. Gli spazi appaiono inadeguati, le attività di istruzione discontinue, l’assistenza psicologia anche e – più di tutto – a mancare è un vero e proprio piano di reinserimento. Non si tratta, in questo caso, solo di diritti. È piuttosto una questione di sicurezza: senza percorsi efficaci il rischio di recidiva resta alto. In più, senza trasparenza il carcere diventa un contenitore opaco dove la pena si consuma senza trasformazione.
In questo contesto si colloca un’iniziativa promossa dalla Camera Penale Circondariale di Isernia che ha ottenuto l’autorizzazione dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per accedere all’istituto del capoluogo pentro ai fini di monitoraggio.
Cinque avvocati penalisti incontreranno i detenuti, dialogheranno con il personale e osserveranno le condizioni delle celle, dei servizi e delle aree comuni.
Un passo in avanti importante che sta avvenendo, giorno dopo giorno, in tutta la Penisola.
