Un telefonino delle dimensioni di un accendino, nascosto con abilità in una cella del carcere di Campobasso, ha svelato un sistema di comunicazioni clandestine che, secondo gli inquirenti, operava come un vero e proprio centralino illegale. Da quel dispositivo sarebbero partite centinaia di chiamate — in alcuni casi più di 800 — dirette verso l’esterno, trasformando una sezione del penitenziario in un call center fuori legge.
La scoperta è frutto di un’attenta attività di controllo della Polizia Penitenziaria, che durante una perquisizione di routine ha trovato il micro-cellulare, insospettendo gli agenti per la frequenza anomala di contatti tra alcuni detenuti. Da lì, l’inchiesta condotta dalla Procura del capoluogo ha portato ad individuare una rete interna di reclusi che si sarebbero passati il cellulare, utilizzandolo a turno per mantenere rapporti non autorizzati con persone all’esterno.
Secondo gli investigatori, il telefono non era solo un mezzo per comunicazioni personali, ma uno strumento condiviso per eludere ogni controllo, utile anche a mantenere collegamenti con ambienti criminali esterni. L’ipotesi è che il micro-cellulare fosse stato introdotto illegalmente nell’istituto e gestito come una “risorsa comune”, con una sorta di turnazione tra i detenuti.
Ora, una decina di reclusi è finita nel registro degli indagati con l’accusa di aver violato la norma del Codice penale che punisce l’introduzione e l’uso illecito di dispositivi di comunicazione all’interno delle carceri. Una fattispecie che prevede pene fino a quattro anni di reclusione, e che punta a contrastare un fenomeno sempre più diffuso negli istituti di pena italiani.
Con la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini, la Procura si prepara a chiedere il rinvio a giudizio. Gli indagati avranno ora venti giorni per presentare le proprie difese o chiedere di essere interrogati.
Un fenomeno – quello della diffusione dei telefoni cellulari – che continua a preoccupare le autorità penitenziarie. L’uso di micro-dispositivi, sempre più sofisticati e difficili da individuare, mette infatti in discussione la funzione stessa della detenzione, consentendo a molti di restare in contatto con l’esterno e, in alcuni casi, di continuare a gestire traffici o rapporti criminali.
Nonostante i ripetuti appelli del personale penitenziario, l’adozione di tecnologie di contrasto come inibitori del segnale capaci di neutralizzare le comunicazioni mobili, resta ancora limitata.
